Trecentosessantacinque chili di pasta al giorno nei Villaggi Olimpici di Milano Cortina 2026, con punte di circa 450 chili quotidiani nel solo Villaggio Olimpico di Milano. Il dato, emerso nel bilancio della ristorazione dei Giochi invernali, ha il pregio della chiarezza: quando bisogna servire grandi numeri, in tempi stretti, a pubblici molto diversi e con standard elevati, la pasta resta uno degli alimenti più affidabili dell’intero servizio. Non è soltanto un simbolo dell’alimentazione italiana.
È, prima di tutto, un prodotto che regge bene organizzazione, volumi, ripetibilità e qualità percepita. Quello che si è visto nei Villaggi Olimpici non è un’eccezione, ma una rappresentazione molto visibile di ciò che accade ogni giorno nella ristorazione collettiva italiana. Il settore vale complessivamente circa 4,5 miliardi di euro, produce intorno a 780 milioni di pasti l’anno, impiega circa 100 mila addetti e coinvolge un migliaio di aziende.
Il prezzo medio unitario del pasto si colloca a 5,7 euro, con la scolastica attorno a 5,3 euro e la sanitaria attorno a 5,9 euro. In un sistema di queste dimensioni, la pasta non è una presenza accessoria: è una delle matrici più stabili del menu, per la sua capacità di tenere insieme costo/porzione, gradimento, versatilità e affidabilità di servizio.
La geografia dei pasti serviti
Negli ultimi cinque anni il contesto è cambiato, ma non nel senso di una riduzione del ruolo della pasta. È cambiata soprattutto la geografia dei pasti serviti. Nel 2023 la ristorazione collettiva ha erogato 782,7 milioni di pasti, contro gli 858 milioni del 2018 e del 2019.
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