L’elemento più debole del “food and beverage” nazionale è rappresentato dai consumi alimentari, che sono rimasti deboli anche nel corso del 2025. I consuntivi dell’anno indicano infatti un aumento del +2,0% in termini monetari e una erosione del -0,8% in termini quantitativi. Ne esce un differenziale prezzi di 2,8 punti percentuali, quasi doppio rispetto al +1,5% dell’inflazione media annua.
Un fattore, questo, che ha contribuito a deprimere i consumi alimentari per il quarto anno consecutivo, portando a 9,9 punti il taglio in quantità cumulato nel quadriennio 2022-25. E ciò, mentre le vendite del perimetro non alimentare hanno segnato, nel confronto 2025/24, totale piattezza in valuta (+0,0%) e un calo di 0,5 punti in quantità, con un differenziale prezzi quindi di appena mezzo punto, ben inferiore all’inflazione. La crisi di capacità di acquisto dei consumatori sembra essersi scaricata, perciò, proprio sull’alimentare, ovvero su quello che era considerato il segmento di mercato più solido e anticiclico.
Andamento dell’inflazione
Un’altra osservazione. Nei giorni scorsi l’Istat ha diffuso il nuovo “paniere” per il calcolo dell’inflazione 2026, basato come sempre sulla ponderazione di spesa dell’anno precedente. Ne emerge un peso dell’alimentare complessivo (“food and beverage”) sulla spesa 2025 degli italiani pari al 18,02%, contro il 18,07% del 2025 e il 18,14% del biennio 2022-23.
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