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Riscaldamento globale e carenza di grano in Canada

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Una minaccia che incombe dal futuro (e dal passato)

Non si può dire che gli ultimi due anni siano stati particolarmente generosi quanto a buone notizie. Proprio quando un barlume di speranza comincia ad aprirsi in merito alla pandemia, tra vaccini ed economia mondiale in crescita, le conseguenze del riscaldamento climatico tornano a preoccupare. Com’è infatti noto da qualche mese, la produzione di grano in Canada sarà inferiore di circa il 37% rispetto all’anno precedente a causa di condizioni di prolungata e anomala siccità. I numeri sono impietosi anche per quanto riguarda le temperature: lo scorso luglio, nella provincia del Saskatchewan (Canada centrale), cioè quella dove viene prodotta la maggior parte di grano duro del Paese, sono stati toccati i 40°, massimo storico. Come recentemente dichiarato dall’amministratore delegato de La Molisana, Giuseppe Ferro, l’anno venturo «non avremo abbastanza grano per fare la pasta», e questo spaventa sia i produttori sia i consumatori. D’altronde, l’Italia importa grano duro per un terzo del proprio fabbisogno, gran parte del quale proviene proprio dal Canada (in misura minore da Francia e Usa.). Le quotazioni del grano duro sulle borse merci italiane sono praticamente raddoppiate, e il prezzo della pasta potrebbe subire un incremento anche del 20% nel peggiore dei casi.

Prospettive certo non rosee, ma la situazione non rappresenta affatto una novità dal punto di vista storico. Nell’anno del settecentenario della morte di Dante, la memoria torna al suo maestro Virgilio, che metteva in guardia dai pericoli insiti nell’agricoltura: «se non invocherai la pioggia con preghiere, ahimè […] sazierai la fame scuotendo nei boschi le querce». Il Poeta intendeva che, se il passaggio all’agricoltura aveva permesso, a cominciare da circa 10.000 anni fa, lo sviluppo di società complesse e imperi secolari, essa aveva di fatto reso l’uomo dipendente dai capricci della natura. L’ansia per la fame fu del resto una realtà costante del nostro passato, anche a causa delle incerte rese dei raccolti.

Nell’occidente medievale, le rese cerealicole erano già di per sé mediamente molto basse: per tutto l’alto medioevo e fino a circa il XIII secolo – per tornare a Dante -, esse si attestano intorno ai 2-3 a 1. Questo richiedeva una diversificazione delle colture, quanto più ampia possibile, per garantire scorte sufficienti per tutta la durata dell’anno. Ecco quindi che, al frumento, si aggiungevano cereali “inferiori” come orzo, avena, segale, spelta, panico, sorgo, senza dimenticare legumi, ortaggi e tutte le risorse – come selvaggina e pesce d’acqua dolce – offerte dagli spazi incolti. Non mancarono, affatto, momenti di crisi, a cui erano tanto più esposti gli abitanti delle fiorenti città del pieno e tardo medioevo. Gli archivi di Stato italiani sono ricchi di indicazioni riguardo alle politiche annonarie delle città finalizzate a garantire il rifornimento di viveri agli abitanti.

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